Divagazione:
Massimo Volume - Lungo I Bordi (Mescal, 1995)
Sono stati unici, inimitabili da nessuno. Una scheggia furente ed impazzita, i Massimo Volume. Un poeta di nuove nevrosi Emidio Clementi, tra incubi laceranti, visioni spastiche di una Bologna propria e distrutta. Tra le chitarre lacerate e bloccate su ripetizioni e minime variazioni. Un disegno sbavato di dolore e rabbia, di pulsazioni di batteria. "Tu non sai di cosa sto parlando, ma è così che finirà" dice Clementi, forse non lo sapremo mai. Strade perse al buio, un cosmo di colori sullo sfondo di visioni e passioni, Meglio Di Uno Specchio è la storia d'amore di un uomo che fallisce, di una donna tradita da un uomo fallito nei sentimenti. Siamo stati tutti con le cuffie ad ascoltare in circolo la stessa canzone per ore, immaginando di essere noi a cantare quella canzone, sperando di essere noi quella canzone. Forse non era Inverno '85 ma la storia spesso è comune. E comune è una parola che con questo disco non ha nulla a che vedere.
Il disco che nessun essere umano sarebbe mai stato capace di scrivere. E io non lo so descrivere a dovere. Si può solo ascoltare e lasciarsi attraversare.
Sotto sto volando. Lo spazietto dei colori, quello scuro e un po' triste, subito scappo da queste piramidi di suono e cado in un'elica giallo simpatico. Non troppo sfocato.
La finestra trasmette Barcellona e Sarina, lampi e sciabole sullo schermo, bello, un po' introspettivo. No, angoscia no. La "i" vola un po' così, storta. Farfalletta ubriacona alla luce di galliera e scalini d'oro. Giro e ruoto come un vinile un po' storto. Il caldo di questi spazi è sicuro, ho messo spazio fisico tra i cubetti. Intabello sicurezze.
Mi sento come se stessi svanendo, come l'alcol quando lo lasci aperto. Magari al sole. Svanisco, si, ma divento più leggero, dopo tanti anni di grevità. Non so se grevità esista sul dizionario, ma rende bene l'idea, rende proprio la pesantezza che sono stati questi anni. Sulle spalle, sulle gambe, nella testa.
Però la gioia non è mai completa, me ne accorgo nonostante tutto. Perchè in fondo, narcisista ed egocentrico come sono, nonostante questo, sento che la gioia completa dipende anche dagli altri, dalla gioia degli altri. E vedere quel punto sempre un po' sfocato, che non è mai stato preciso, visibile e chiaro, essere nero ora, dopo esser stato sempre lucente. Di luce propria, trascinata dall'orgoglio anche a volte, ma mai riflessa. Ecco, quel punto che ora non riesce a brillare mi manca. E non l'avrei mai sospettato.
Niente voli pindarici in questo post, ci vuole anche leggerezza.
I miss you.
I've grown taller now.
I want the police to be notified.
I'll make it up to you,
I swear, I'll make it up to you.
I miss you.
(Slint - Good Morning, Captain)
Che gioia veedere il sole andarsi a nascondere sotto le coperte delle colline, rimanendo con uno spicchietto a spiare, immobilizzato da me, dalla mia felicità fotografica. Non me le ricordo le parole, le date, i nomi, ma le immagini si. E allora il sole rimane li. Come un bimbetto che ha paura di addormentarsi, rimane li arroventando il cielo, che è grande questa sera.
Fuori dalla finestra, appoggiato al davanzale un po' rovinato di questa finestra. È davvero grande il cielo.
Mi sento come inondato, saturo di tutto, e quindi anche libero di sentirmi come mi pare. È stupendo questo sole turco, sopra Istanbul che brucia.
Mi sento come se la schiena si tagliasse a metà, come se mi si aprisse anche la testa.