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giovedì, 29 giugno 2006

Where's my head at?

Non sono sicuro di averlo già detto, ma il disco di Stefano Fontana aka Stylophonic è molto carino, ora che l'estate è scoppiata è necessario averlo in autoradio. Necessario è anche Multiply di Jamie Lidell, uscita del 2005 stupidamente (da me) persa d'occhio dopo i prim iascolti che con questo caldo diventa necessaria quanto il ventilatore. Funk-soul spruzzato di elettronica da metà (furono) Super Collider, con un groove da ghetto degno di ogni capellone afro. Enormous.
Mi è tornata la paranoia per i remix dei Prodigy, More Girl, Spitfire, Voodoo People e compagnia pedalante. Imputo all'estate anche questa scelta, il caldo porta semrpe verso la tamarrata.
Ma in verità, in verità vi dico che Donuts di J Dilla è un disco incredibile, ma così incredibile che la prima volta difati non ci credevo. L'hiphop ha così due problemi: a) provare a fare meglio di questo disco, b) compiangere la prematura scomparsa del suddetto Jay Dee a causa del lupus, una malattia che colpisce il sistema immunitario, per la cui prevenzione la madre di Jay Dee ha creato una fondazione che porta proprio il suo nome.
In pieno stile Stone Throw il nostro destruttura l'hiphop a suon di campioni e overdubbing, con molto più ordine di Madlib, con una coscienza del proprio operato spiccatissima, che gli permette di creare quello che è impossibile non definire bozzetti, mai più di 2 minuti per 30 canzoni, più una leggermente più lunga, in una rapida sequenza di pastrocchi black, loop, campionamenti preistorici e ricostruzioni da beni culturali del funk. Uno che al groove gli dava del tu, che con un disco del genere ha deliberatamente deciso di affondare tutto l'underground hiphop e farlo risorgere dalle proprie ceneri. Il problema più grosso è che non potrà indicare la strada dove dirigere le sue intuizioni. A noi non resta che godere di questo meraviglioso spettacolo.
bebaccio ha spinto play alle 15:00 | link | niggaz, prestigiatori | commenti
mercoledì, 21 giugno 2006

Afa.

A parte che son qui che sudo come  un cretino in un'afa bolognese da record, sospeso tra il librone di neuroscienze e i pan di stelle, penso che stasera andrò a ballare, qualsiasi sia la meta, musica di merda. Che frustrazione perdersi sempre il Sonar (anche se quest'anno a parte qualche nome non è che mi facesse saltare sulla sedia), oppure il Pukkelpop, festival in terra finnica che annovera il meglio del mainstrindie ma spulciando tra i nomi scritti in piccolo anche: Roni Size, Black Strobe, Tiefschwarz, Hot Chip, TV On The Radio, Lindstrom & Prins Thomas, Andrew Weatherall e qualche altro che ci vedremo per sempre col binocolo.
Ma-cosa-me-ne-frega-a-me quando posso mettermi sul terrazzo con vista coop San Ruffillo e sorseggiare granita dal dubbio colore mangiando il Cucciolone (quello orginial "cucciolone dieci morsi"), mentre mi immagino quanto sarebbe bello giocare con il videogiochino del Pacha o anche solo andarsi a vedere Fatboy Slim alla spiaggia del faro a Jesolo, organizzato dal muretto il 6/8/2006, che comunque rispetto al giochino del Pacha perde 2 - 0 secco, oppure che mi perdo il ritorno della Love Parade perchè sono povero in canna, ma il 12 agosto vado a Zurigo che c'è Richie hawtin con Magda, e vaffanculo.
AIA: Associazione Italiana Autoerotisti mi segnala dalla regia questo, per chi fosse davvero interessato sappia che esistono i circuiti p2p, ma se siete i soliti 4 gatti ve lo passo con msn.
venerdì, 16 giugno 2006

Underground Resistance. La resistenza attiva della techno.

La città dei motori al termine degli anni '80 ed all'inizio dei '90 ha partorito il movimento che, figlio (il)legittimo della house di Knuckles, è stato una sorta di punk della musica elettronica. Detroit techno, un marchio che è divenuto una leggenda e che grazie all'operato dei suoi fondatori si è trasformato in uno dei più grandi fenomeni di massa mai apparsi sulla scena musicale. Ma affianco al trio dell'amore: Juan Atkins, Kevin Saunderson e Derrick May si è sviluppato un filone autonominatisi Underground Resistance. I padri di questa corrente sono una terna che compete allo stesso livello dei tre precedenti: Jeff Mills, Robert Hood e Mike Banks (aka Mad Mike), che politicizzarono il fine della techno, avvicinandola a temi come l'autodeterminazione e il contrasto al governo Reagan, e che affiancandosi ad un sentire comune determinarono la flessione della prima ondata techno, e assumendo (a posteriori) il nome di second-wave.
Underground Resistance è un progetto musicale meno che mai definito e definibile, così come i suoi membri, che non si mostrano mai in pubblico se no nnascosti da bandane a coprire parte del visto. Nasce delle basi che erano state gettate pochi anni prima, estirpandone l'impianto ancora vagamente similare alla house, e calcando il piede sull'acceleratore della cassa e della sperimentazione. Sotto l'ala UR opera un duo nomi che taglia a metà il know how to do electronic music: Drexciya.
James Marcel Stinson e Gerald Donald sono i compositori della techno più visionaria che possa mai capitare dentro un qualsiasi supporto fonografico. Direttamente ispirati dalla mitologia dei Drexciyan, un popolo subacqueo, estraggono una techno profondissima che fa del fondale marino il suo landscape di sviluppo, creando un immaginario di mistero e impenetrabilità attorno a sè. Il debutto ufficiale con Aquatic Invasion è un monumento alla reiterazione, allo sviluppo lento e magmatico dell'idea, ma i 3 capolavori arriveranno pochissimi anni più tardi. The Quest è una doppia raccolta di tutto il materiale messo da parte ed elbaorato in anni di continua esperienza, e che vede al suo interno uno susseguirsi veloce di tracce, quasi a voler andar contro i clichè di durata elettronica, che dipinge un mondo frenetico e pulsante mantenendo intatta quella capacità di ricordare correnti oceaniche e popolazioni nascoste. Due anni è il tempo per la seconda prova sulla lunga distanza, il metodo che dicono utilizzare per comporre è uqello di "live in the studio", contrario a quel "programming" tipico di tutti gli autori elettronici e molto più vicino all'intendere rock e jazz di registrare musica. Dicevo, Neputen's Lair calca ancora la mano su questa urgenza espressiva, ma distende l'atmosfera, l'aggressività manifestata diverse volte in The Quest è messa da parte per lasciare spazio alle progressioni, schema che poi verrà definitivamente elevato allo status di capolavoro in Harnessed The Storm del 2002, in cui il duo si prende spazio, elabora, smonta e rimonta ogni struttura intuita, in un capolavoro tra psichedelia subacquea e Detroit, un'espressività che raramente si è incontrata sui territori elettronici e non. Il 2002 purtroppo è anche l'anno dell'improvvisa scomparsa di Stinson e del nome Drexciya, il cui compare Donald ha deciso di abbandonare, chiudendo un'epopea brillante e leggendaria, che ha marchiato a fuoco un decennio.
bebaccio ha spinto play alle 19:16 | link | prestigiatori, truzzo chic | commenti
venerdì, 09 giugno 2006

Back on the dancefloor. Maledetto Zinagales.

Lindstrom - I Feel Space (Tomba Spezial Space Tiefschwarzturntablerockeredit); ossessivo come un cane da guardia, space house siderale che porta all'estremo il concetto di clubbing. [Sbubba!]

Brian Tappert - The Organ Track (The House Mix); direttamente dagli anni '90 un tropicalismo sintetico per la cassa meno dritta della stagione in una jam tra George Clinton in acido e Dave Morales.

Spiller - Jumbo; se ricordate Groove Jet con alla voce Sophie Ellis Bextor siete sulla cattiva strada. Back from Venice torna in chiave deep house, vibrano i muri, i vetri, tutto. Magnificenze italo disco import-export di gran lusso.

Si legga per gli appasisonati della cassa anche alla voce Love Parade, in particolar modo al cast, tra cui: Tiesto, Van Dyk, Andy Caldwell, Tiefschwarz, Dj T,Villalobos e Beltram per quanto riguarda la scena club. In più ci sono quei bravi ragazzi della Substanz (che la scorsa street rave parade qui a Bologna misero a ferroe fuoco porta Lame con mezzora di puro delirio techno) e diversi signorini tra Metalheadz e compagnia luminosa. Dai che quasiquasi ci vado (cazzo ci sono tutti, maledetti tedeschi).

Mi segnalano dalla regia che Driving Insane Mixed By Black Sun Empire è una cosa che a molti esseri umani farebbe esplodere anche le gengive.
bebaccio ha spinto play alle 01:51 | link | | commenti (1)
martedì, 06 giugno 2006

Intervallo.

È una settimana che ho più spesso sotto gli occhi un libro di antropologia culturale piuttosto che un disco. Mi sento decisamente straniato ed allucinato da questa maratona antropologica, che sfocerà in un esame stabilito per domani. Penso ne uscirò vivo, qualsiasi sia il risultato.
Ne esco vivo però, in questi periodi di alienazione da studio, soprattuto grazie a dischi come Here I Go Again on My Own e Let Your Heart Draw a Line dei Remote Viewer, Cold House degli Hood e Come Here When You Sleepwalk dei Clue To Kalo. Elettronichina soprattutto, da cuori solitari ma non troppo e da cervelli che vorrebbero abbandonare le sorti del padrone. Sono dischi semplici, delicati, che rimangono impressi perchè accompagnano perfettamente il senso di sottile equilibrio di molti momenti, o di molti pomeriggi in una Bologna indecisa tra l'estate e la primavera.
Ritornare a questi ascolti è come tornare dalla persona che si ama dopo una giornata in cui il mondo non ti è crollato addosso, ma solo perchè ti sei spostato in tempo, hai evitato lo schianto e la voglia di rimettere tutto a posto latita completamente. Allora si rimane nel disordine di pensieri tutto meno che caotici in realtà, è un disordine di pensieri che arrivano in fondo strisciando i piedi, come quando dovevo andare a catechismo il sabato pomeriggio a maggio, ma fuori era troppo bello per non andare al parco, allora piuttosto meglio fingersi malati. Con questi dischi mi fingo malato tanto loro lo sanno, e lo so anche io, che sto bene ma ho solo voglia di staccare la spina e allora la stacco così, con suoni da ninna nanna elettronica. E al risveglio, o alla fine del disco, sarà tutto molto meglio, come dopo una giornata di lavoro e ritrovare l'amore.