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domenica, 05 novembre 2006

Mi gioco tutto al Casinò Royale!

Inkiostro, che come il sottoscritto divide i microfoni di RadioCittàFujiko, scherzosamente dice che si fa storia. D'altronde 30 anni di trasmissioni non sono mica pochi, e ieri all'estragon sono stati festeggiati degnamente. Ma per una piccola (ma ben curata) radio locale c'era un grande gruppo che aveva da festeggiare qualcos'altro: il ritorno ufficiale sulle scene dopo 10 anni. Mica pochi.
Casinò Royale è un'avventura che se non la conosci ti perdi qualcosa di bello e grosso, è gente che nella vita ha rischiato un sacco e diverse volte ha toccato il fondo. Persone a cui la potenza di Mtv, dei blog, dell'mp3 non ha mai dato niente perchè semplicemente non esistevano, ma esisteva il culto, e i CR lo hanno saputo creare ad arte. Parti che suoni ska e finisci per fare dub più o meno elettronico, passi per un disco drum'n'bass e torni in studio a suonare davvero dopo un decennio. Se lo vedi non ci credi.
I Casinò Royale, dicevo, ieri sera hanno suonato all'estragon, non era una "prima", ma era un ritorno enorme e si sentiva una strana atmosfera nell'aria. Hai presente il grande evento? Giusto meno chic della Scala. Parlare di scalette è poco corroborante, è bello parlare di Alioscia e della sua pronuncia da Mondo Marcio ante-litteram solo su disco, di come ci fosse l'aria da felicità ritrovata. Come riprendere a fare qualcosa di davvero importante dopo che qualcuno te l'aveva impedito... Come dicevo ieri con il buon Lenz sembrava quando, dopo esserti ripreso dalla rottura con la morosa storica, torni ad andare in giro guardando ogni fga che passa: ti diverti. E ci si è divertiti un sacco, era festa grande per il Royale Sound.
Ci siamo giocati tutto.
Sarà che ormai c'ho preso il vizio a giocarmi tutto, dal 28 di sei mesi fa, diciamo così. Forse non da subito, ma come ogni malato d'azzardo che si rispetti mi sono fatto prendere la mano. Per ora vinco, anzi vinciamo.
giovedì, 02 novembre 2006

This is another excuse!

Mi sono accorto in queste settimane di come splinder cominci a starmi stretto. Graficamente, ma soprattutto, a livello di multimedia è pieno di legacci insopportabili. Troppi codici da muovere, troppe limitazioni di policy, troppi sms per attivare un servizio che dovrebbe essere già in dote all'utenza, troppi PROuser: troppo troppo. Mi viene in aiuto una piattaforma, tristemente (per la comprensione reciproca) a maggioranza anglofona, ma che al momento si rivela una vera bomba. Vox è  un po' più di un mblog, è l'mblog customizzabile al 100% con tante belle cosine: senza scrivere una riga di codice. Audio ed immagini uppabili tranquillamente (e rapidamente), dischi e libri addabili tramite un embedded search di amazon. Ce ne è per tutti i gusti, non ti personalizzi il template ma ne hai qualche centinaio tra cui scegliere. È un mondo lontano anni luce da questo. Sto già tentando le prime prove di trasmissione, il risultato è quel che è ma non demordo.
Il linking è l'unica nota "negativa": se la facilità dell'aggiungere blog è risolta da un click (uno) su un link presente in tutti i blog inter-vox, quello di linkare qualcosa o qualcuno al di fuori della piattaforma mi rimane un mistero.
Non è una mia scoperta autonoma, ma mi è stato segnalato da un amico dopo avergli linkato il MySpace a cui ho recentemente ceduto per rendere disponibili anche a chi, non presente tra gli sventurati messenger\soulseek, ha il bisogno masochistico di ascoltare le creazioni mie e del piri (ma per ora solo mie, non per vanto, ma per non gettare discredito sul socio). Il primo passo di "Add Friends!" è stato compiuto, mi accorgo che possa essere davvero un'attività del cazzo aggiungere, chessò, Derrick May, mai e poi mai ti cagherà, diciamo che però per un melomani è come un feticcio. Mi passerò entro 2 giorni.

In the meanwhile:
Darc Mind con Symptomatic of a Great Ill, uscita Anticon del 2006, è probabilmente l'unico disco dell'etichetta californiana che quest'anno valga la pena ascoltare. Tutto meno che assimilabile allo stile dell'etichetta, Darc Mind scodella un old school rapping tra Michael Franti e A Tribe Called Quest meno torrenziali, compatti e incazzati. È un bel disco, non da strapparssi capelli, vestiti e lanciare reggiseni sul palco, ma è un bel disco. Unica avvertenza: bisogna avere l'orecchio allenato ai logorroici.
martedì, 24 ottobre 2006

Transient random-noise bursts (with announcement).

Sto attraversando un periodo musicale transitorio, dopo un'estate a divorare e a spaccarmi le orecchie su sonorità dure e veloci come Evol Intent, Futurebound e Tactlie sto lentamente prendendo il mood invernale. Le mezze stagioni probabilmente non ci saranno più ma io le vivo ancora. Perciò ho lasciato che il suono più ridotto possibile pervadesse l'aria con Hawtin, Orbital e Brinkmann a stimolarmi un rilassamento e uno stato introspettivo rinnovato.
In tutto questo ho riscoperto, come mi accade periodicamente, quella meraviglia divina che sono gli Stereolab. Non ho neanche voglia di stare qui a tesserne le ovvie lodi, procuratevi il disco da cui prende il titolo questo post (parte in grassetto + corsivo) ed Emperor Tomato Ketchup, successivamente qualche bella raccolta come Oscillons From The Anit-Sun o il doppio live ABC Music registrato nel corso di dieci anni di BBC Sessions e lasciatevi andare alle melodie deliziose che sanno dipingere. Insomma, materiale di questa grandissima band pop ce ne è finchè si vuole, l'importante è iniziare, il resto è tutto godimento.
In contemporanea, per la serie who cares, ho comprato il mio primo libro di José Saramago: L'anno della morte di Ricardo Reis; sono alle prime pagine ma c'è qualcosa che funziona straordinariamente bene. Sarà che con gli scrittori iberici e sudamericani mi trovo bene a pelle, per quel senso di malinconica solarità che pare anche un po' banale messa così ma che è innegabile, un rapporto stretto e d'amore\odio con il mare. Il mare come urgenza, come via di fuga ma passaggio obbligatorio, come oggetto inevitabile che porta con se sciagure, fortune e sconfitte, un mezzo e non una semplice meta come per noi "terrestri". Fatto sta che mi sentirei di consigliarlo anche a chi storce il naso con la caratteristica dolcezza onirica dei latini, è un libro che mi sta catturando dalle prime pagine. Era qualche mese che non accadeva, è sempre bello riscoprirsi nella pigra routine.
lunedì, 09 ottobre 2006

Play it again, Sam!

Parlo sempre di dischi, eventi, mode e tante allegre stronzate, ma per una voglia mi ritaglio uno spazio personale, mi auto-marchetto.
Da venerdì prossimo e per tutti i venerdì seguenti al circolo La Grada (Via della Grada 10) avrà luogo la serata più cool del momento: "Play it again, Sam!" in cui il sottoscritto con l'aiuto del prode Piri nella veste ufficiale dei Sushi No Goten delizieranno le orecchie e le gambe degli astanti con una succulenta selezione di dubstep e tech-house per aprire le danze per poi trascendere nel girone infernale della cassa più truculenta tra psy-trance e drum'n'bass.
Esserci è un rischio che vorrete correre.
mercoledì, 20 settembre 2006

Your (deviant)ART sucks, like you do.

Se MySpace è per la musica un enorme contenitore e fagocìta dello scibile in .mp3, con tutti i suoi pro e i suoi contro, che qui è noioso rimarcare ma che potete leggere su alcuni numeri di BlowUp nella rubrica AllCrackedMedia, esiste il suo corrispettivo per l'arte visuale: deviantART.
Premetto che non ho solide basi di storia dell'arte nè tantomeno di critica, ma sono un appassionato di sociologia spicciola e fenomeni di massa, specie se aplicati ai new media. Partiamo dall'inizio, dalla prima cosa: deviant è esattamente quello che sembra, la parola anglofona per indicare una devianza, un non allineamento, e già questo induce l'artist wannabe alla doverosa iscrizione proprio per il principio di narcisismo e voglia di be different (be like anyone else) che, intendiamoci, colpisce ed è quasi una spinta propulsiva necessaria, per chiunque voglia mettersi in moto per creare. Il punto centrale secondo me, è un altro:

DeviantART è per il giovane artista visuale quello che MySpace è (era?) per la cultura indie. (?)

Non ne ho la certezza ma mi pare che il parallelo possa stare in piedi, ma con un certo numero di riserve. Diciamo che l'iconografia è differente per forza di cose, ma il profilo culturale è probabilmente vicino; non mi sorprende scovare utenti di una piattaforma avere un account anche sull'altra e, con le proporzionate molle dovute alla generalizzazione, il sottobosco di preferenze musicali-visive mi pare accumunabile in migliaia di casi.
Nella mia esperienza di esplorazione sono partito dal punto di contatto più vicino che ho: Zalia. La prima pecca di un simile procedimento è che, esplorando nei suoi favoriti o nella usa lista amici, ovviamente tutti saranno assmilabili alla (o parenti della) sua cultura visuale, e sarebbe facile tacciare di conformismo dell'anticonformismo (vero o presunto). Ma la fortuna mi assiste e nei favoriti di Zalia trovo Just a rose; riferimenti culturali trasversali rispetto a quelli della signorina sopra (da un lato i Soulwax dall'altro Elliott Smith), ed è il prototipo di quello che cerco di spiegare. Da ora in poi la devianza, la non allineazione, diventa una profusione di autoscatti, il simbolo, l'icona, il must, chiamatelo come credete, di una cultura che, volendo essere differente dagli altri finisce per allinearsi a se stessa e, per paradosso, perdere la portata (o la bordata) dell'essere un'alternativa finendo per divenire un new deal dei fenomeni culturali di massa. Ovvero ciò da cui il MySpacer o il deviantARTist cerca di fuggire rifugiandosi dentro quaste comunità.  Laurytah, girl with oranges, pisaselin, è un florilegio di pose e autoscatti, frangette e autoscatti, ochciali quadrati e autoscatti, autoscatti e photoshop, autoscatti e filtri, autoscatti degli autoscatti, autoscatti in scala, in un enorme "variaizoni sul tema".
Sarà la natura individualista, sarà colpa della società, sarà che fuori è un brutto mondo, ma pure qui non si scherza.

Allora il dubbio mi assale, nemmeno io sono esente da questa tendenza all'essere integrante e integratore della società, individuo ma specchio di essa, e mi chiedo dove e come è possibile mostrare la propria devianza e renderla accettabile, farmi quindi accettare senza farmi assorbire?
Non lo so, ma l'unica consolazione è che io non rompo il cazzo al prossimo con gli autoscatti (e qualcuno dirà: per fortuna!).