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martedì, 24 ottobre 2006

Transient random-noise bursts (with announcement).

Sto attraversando un periodo musicale transitorio, dopo un'estate a divorare e a spaccarmi le orecchie su sonorità dure e veloci come Evol Intent, Futurebound e Tactlie sto lentamente prendendo il mood invernale. Le mezze stagioni probabilmente non ci saranno più ma io le vivo ancora. Perciò ho lasciato che il suono più ridotto possibile pervadesse l'aria con Hawtin, Orbital e Brinkmann a stimolarmi un rilassamento e uno stato introspettivo rinnovato.
In tutto questo ho riscoperto, come mi accade periodicamente, quella meraviglia divina che sono gli Stereolab. Non ho neanche voglia di stare qui a tesserne le ovvie lodi, procuratevi il disco da cui prende il titolo questo post (parte in grassetto + corsivo) ed Emperor Tomato Ketchup, successivamente qualche bella raccolta come Oscillons From The Anit-Sun o il doppio live ABC Music registrato nel corso di dieci anni di BBC Sessions e lasciatevi andare alle melodie deliziose che sanno dipingere. Insomma, materiale di questa grandissima band pop ce ne è finchè si vuole, l'importante è iniziare, il resto è tutto godimento.
In contemporanea, per la serie who cares, ho comprato il mio primo libro di José Saramago: L'anno della morte di Ricardo Reis; sono alle prime pagine ma c'è qualcosa che funziona straordinariamente bene. Sarà che con gli scrittori iberici e sudamericani mi trovo bene a pelle, per quel senso di malinconica solarità che pare anche un po' banale messa così ma che è innegabile, un rapporto stretto e d'amore\odio con il mare. Il mare come urgenza, come via di fuga ma passaggio obbligatorio, come oggetto inevitabile che porta con se sciagure, fortune e sconfitte, un mezzo e non una semplice meta come per noi "terrestri". Fatto sta che mi sentirei di consigliarlo anche a chi storce il naso con la caratteristica dolcezza onirica dei latini, è un libro che mi sta catturando dalle prime pagine. Era qualche mese che non accadeva, è sempre bello riscoprirsi nella pigra routine.
martedì, 03 ottobre 2006

Afro black impressions.

Qualche settimana fa scrissi ed inviai la recensione di Donuts di Jay Dee ad Ondarock, ed ora torno ad ascoltarlo senza l'oeore (ma anche l'onore) di un giudizio. Lo so lo so, la sto facendo lunga con questo disco, ma che posso farci se è di una bellezza rara?A volte mi chiedo cosa spinga verso certi suoni e certe atmosfere, fatto sta che dopo una settimana dedicata alle radici della musica nera e non solo, alternando dischi come Black Moses di Hayes, What's Going On di Gaye o lo stonatissimo ma seducente Pieces of a Man ad opera di Gil Scott-Heron, insomma ci sarebbero troppi dischi e tutti troppo belli. Riascoltando queste radici mi è saltato all'orecchio, ancora di più, come Donuts sia un grande contenitore di tutte queste influenze, come sia il figlio naturale dell'evoluzione della musica nera, nera esattamente come la pelle di chi l'ha suonata e vissuta, di chi come Jay Dee lascia in questa musica il proprio testamento. Credo ci sia un filo conduttore tra l'urgenza di certi dischi e la morte, come se nonostante i fasti, le percusisoni, i fiati e la carica vitale che mi trasmettono, ci sia una vocina stonata di fondo che ricorda come sempre e comunque ci si debba arrendere. Non credo sia pessimismo, forse è semplicemente un prendere atto della concretezza, e della bellezza perchè no, della vita e celebrarla quindi nella propria musica.
Sarò terribilmente controcorrente rispetto alla maggioranza (mediatica?) dei miei compari generazionali ma a me la vita esalta parecchio. In culo alle paranoie.

Provo sempre un grande piacere nel riascotlare anche un ometto mai del tutto tra di noi: Tricky. Maxinquaye, disco che ha segnato l'epopea triphop facendo da contraltare buio allo stranoto Mezzanine dei Massive Attack, è un passo obbligatorio per tutti gli amanti delle droghe psicotropiche ma c'è anche un altro disco ad opera del mio sfattone preferito che è Nearly God.
Nearly God, a parte il titolo stupendo è un ascolto decisamente eccitante, non certo nell'accezione di divertente o elettrizzante, ma eccitante e punto, così come siete eccitati quando la vostra zona inguinale si riempie di sangue. Si dirà "come fa un disco blabla?", lo fa, bisogna solametne ascoltarlo e lasciarsi avvolgere dalla sensualità per nulla velata che trasmette, tra atmosfere fumose, barcollanti, tra voci di donna e beat lontani, immersi nel caldo che assale durante l'ascolto.
Mi sento particolarmente Alessio Bertallot a dire queste cose.
bebaccio ha spinto play alle 21:09 | link | niggaz, ragazzi cattivi, dont look back | commenti
martedì, 19 settembre 2006

Go back to those gold soundz. La radio che non ho più.

Poco fa leggevo Wittgenstein, non il famoso filosofo sono troppo terra terra e tubista, ma bansì il blog di Luca Sofri e, tra le tante cose scritte (uno die blogger più logorroici della rete...), c'era questa notizia:

Meanwhile
Non c'è più il Deejay Time


Molto spesso mi ritrovo ad essere nostalgico, ed essere nostalgici a 21 anni è un preoccupante segnale di senilità precoce, e questa notizia mi ha ributtato indietro di una decina di anni e più, in una casa che non è questa, e dove ogni santo pomeriggio munito di cassettina da 120 nello stereo, proveniente da ere tecnologiche differenti, registravo per mio fratello il Deejay Time. Erano alcuni anni ormai che non seguivo più il deejay time, se non sporadicamente, e ne ho memoria l'ultima volta circa due anni fa; mi piaceva ancora.
Finisce il Deejay Time e finisce definitivamente una striscia di ricordi legati a questo, al bambino nel tombino, alla lista degli sponsor, le canzoni come Informer di Snow, gli Ace Of Base* e tantissime cose legati alla musica pop degli anni '90. Potrei partire con una pippa sulla mia formazione musicale strettamente legata allo scorso decennio ma mi parrebbe di un'autoreferenzialità imbarazzante.
Mi dispiace sinceramente che un programma ben fatto come il Deejay Time termini, mi dispiace che la stessa Radio Deejay sia uscita dai miei interessi musicali pur rimanendo un ottimo network, con speaker preparati e bravi (e per me che al più vado in onda su RadioCittà Fujiko al sabato pomeriggio sembra ancora più irraggiungibile), probabilmente mi dispiace perchè sono un malinconico nonostante viva di dischi ancora da uscire, perchè in fondo ascoltare certe cose, seppur cambiate, era come rituffarsi nel 1996.



* ho ricordo anche di Meet Her At THe Love Parade dei Da Hool, non ne sono sicuro, ma mi sembra comunque probabile.