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giovedì, 02 novembre 2006

This is another excuse!

Mi sono accorto in queste settimane di come splinder cominci a starmi stretto. Graficamente, ma soprattutto, a livello di multimedia è pieno di legacci insopportabili. Troppi codici da muovere, troppe limitazioni di policy, troppi sms per attivare un servizio che dovrebbe essere già in dote all'utenza, troppi PROuser: troppo troppo. Mi viene in aiuto una piattaforma, tristemente (per la comprensione reciproca) a maggioranza anglofona, ma che al momento si rivela una vera bomba. Vox è  un po' più di un mblog, è l'mblog customizzabile al 100% con tante belle cosine: senza scrivere una riga di codice. Audio ed immagini uppabili tranquillamente (e rapidamente), dischi e libri addabili tramite un embedded search di amazon. Ce ne è per tutti i gusti, non ti personalizzi il template ma ne hai qualche centinaio tra cui scegliere. È un mondo lontano anni luce da questo. Sto già tentando le prime prove di trasmissione, il risultato è quel che è ma non demordo.
Il linking è l'unica nota "negativa": se la facilità dell'aggiungere blog è risolta da un click (uno) su un link presente in tutti i blog inter-vox, quello di linkare qualcosa o qualcuno al di fuori della piattaforma mi rimane un mistero.
Non è una mia scoperta autonoma, ma mi è stato segnalato da un amico dopo avergli linkato il MySpace a cui ho recentemente ceduto per rendere disponibili anche a chi, non presente tra gli sventurati messenger\soulseek, ha il bisogno masochistico di ascoltare le creazioni mie e del piri (ma per ora solo mie, non per vanto, ma per non gettare discredito sul socio). Il primo passo di "Add Friends!" è stato compiuto, mi accorgo che possa essere davvero un'attività del cazzo aggiungere, chessò, Derrick May, mai e poi mai ti cagherà, diciamo che però per un melomani è come un feticcio. Mi passerò entro 2 giorni.

In the meanwhile:
Darc Mind con Symptomatic of a Great Ill, uscita Anticon del 2006, è probabilmente l'unico disco dell'etichetta californiana che quest'anno valga la pena ascoltare. Tutto meno che assimilabile allo stile dell'etichetta, Darc Mind scodella un old school rapping tra Michael Franti e A Tribe Called Quest meno torrenziali, compatti e incazzati. È un bel disco, non da strapparssi capelli, vestiti e lanciare reggiseni sul palco, ma è un bel disco. Unica avvertenza: bisogna avere l'orecchio allenato ai logorroici.
martedì, 03 ottobre 2006

Afro black impressions.

Qualche settimana fa scrissi ed inviai la recensione di Donuts di Jay Dee ad Ondarock, ed ora torno ad ascoltarlo senza l'oeore (ma anche l'onore) di un giudizio. Lo so lo so, la sto facendo lunga con questo disco, ma che posso farci se è di una bellezza rara?A volte mi chiedo cosa spinga verso certi suoni e certe atmosfere, fatto sta che dopo una settimana dedicata alle radici della musica nera e non solo, alternando dischi come Black Moses di Hayes, What's Going On di Gaye o lo stonatissimo ma seducente Pieces of a Man ad opera di Gil Scott-Heron, insomma ci sarebbero troppi dischi e tutti troppo belli. Riascoltando queste radici mi è saltato all'orecchio, ancora di più, come Donuts sia un grande contenitore di tutte queste influenze, come sia il figlio naturale dell'evoluzione della musica nera, nera esattamente come la pelle di chi l'ha suonata e vissuta, di chi come Jay Dee lascia in questa musica il proprio testamento. Credo ci sia un filo conduttore tra l'urgenza di certi dischi e la morte, come se nonostante i fasti, le percusisoni, i fiati e la carica vitale che mi trasmettono, ci sia una vocina stonata di fondo che ricorda come sempre e comunque ci si debba arrendere. Non credo sia pessimismo, forse è semplicemente un prendere atto della concretezza, e della bellezza perchè no, della vita e celebrarla quindi nella propria musica.
Sarò terribilmente controcorrente rispetto alla maggioranza (mediatica?) dei miei compari generazionali ma a me la vita esalta parecchio. In culo alle paranoie.

Provo sempre un grande piacere nel riascotlare anche un ometto mai del tutto tra di noi: Tricky. Maxinquaye, disco che ha segnato l'epopea triphop facendo da contraltare buio allo stranoto Mezzanine dei Massive Attack, è un passo obbligatorio per tutti gli amanti delle droghe psicotropiche ma c'è anche un altro disco ad opera del mio sfattone preferito che è Nearly God.
Nearly God, a parte il titolo stupendo è un ascolto decisamente eccitante, non certo nell'accezione di divertente o elettrizzante, ma eccitante e punto, così come siete eccitati quando la vostra zona inguinale si riempie di sangue. Si dirà "come fa un disco blabla?", lo fa, bisogna solametne ascoltarlo e lasciarsi avvolgere dalla sensualità per nulla velata che trasmette, tra atmosfere fumose, barcollanti, tra voci di donna e beat lontani, immersi nel caldo che assale durante l'ascolto.
Mi sento particolarmente Alessio Bertallot a dire queste cose.
bebaccio ha spinto play alle 21:09 | link | niggaz, ragazzi cattivi, dont look back | commenti
giovedì, 07 settembre 2006

Nuovi orizzonti? No. Fortissimamente agendina del chissenefrega [part 2]

A Bologna, per gradire e godere, è tornata un'afa da competizione, roba da sudare al solo pensiero di poter sudare. Siccome la tradizione vuole che ci si rifugi in luoghi il più possibile climatizzati sono capitato, dopo un mesetto abbondante, a scrutare nei banchi di noti negozi di dischi. Raccontarvi la mia odissea del terrore all'interno di Ricordi apparirebbe estremamente snob e banale, ma è sempre una sensazione da Esposizione Universale poter osservare da vicino dischi brutti e la loro clientela. È ancora più divertente seguire le discussioni dei metallari accanto alla discografia pressochè completa dei Deep Purple e annesso diverbio su chi sia il miglior chitarrista dell'epoca. Pelle d'oca fino allo scroto ripensando a me che dibattevo sugli stessi argomenti.
In tempi di bulimia musicale, a parte l'enorme concerto dei Tv On The Radio ottimamente raccontato da Matteo, mi rifugio in grandi classiconi quali Public Enemy e A Tribe Called Quest. Persone che nella vita hanno detto così tante parole da poter valere per 4 o 5 esseri umani normali, e nonostante ciò sono sempre interessanti. Il nuovo che avanza e non avanzerà più ha la faccia di J Dilla, che con il suo Donuts mi tormenta.
Ho scoperto che è uscito il disco che segna il ritorno sulla scena di Coolio, sisi, proprio lui. Ed in tema di scoperte mi preme segnalare anche che esiste un'isola dedita alla raccolta dei lebbrosi, non so se sia vero o meno, me l'ha detto lui, e l'ha sentito nei Simpsons. Fate le vostre valutazioni.
Igort ha pubblicato il suo capolavoro, 5 è il numero perfetto, anche su Rizzoli. L'ho visto oggi in libreria: copertina di plastica lucida, formato compatto e più ciccione, mi ha fatto una strana impressione, ma ero anche contento per lui. Insomma, Rizzoli, non sarà indie come la Cocconino ma neanche i Tv On The Radio sono più indie.
Le belle cose sono quasi finite, giusto il tempo di lasciare compiacere anche voi per il mio terzo tentativo all'esame di biologia. Finito.

È praticamente fatta. [cit.]
bebaccio ha spinto play alle 20:05 | link | niggaz, agendina del chissenefrega | commenti (6)
venerdì, 25 agosto 2006

John Coltrane.

Questa sera dopo molto tempo ho riascoltato un disco che si intitola Stella Regions ed è di una persona speciale: John Coltrane. Un disco che ho amato sempre per la sua estraneità al presente che mi sapeva trasmettere, un Coltrane che registra questo disco a febbraio e a luglio dello stesso anno morirà, in cui ho sempre sentito una solitudine esagerata, un universo distante anni luce. È un disco a tratti tristissimo, l'ultimo in studio, dove si abbandona a tutto, trascina con se in panorami infiniti e lontanissimi nella sua testa. E ora che per diversi motivi posso capire questo senso di solitudine, riascoltarlo è un'esperienza nuova e profondissima, Stellar Regions diventa un disco di una struggenza assoluta, dove si incontrano distese dilatate di sax che parla a se stesso, che non tocca pù nessuno su questa terra, e vola altrove. Il caos, lo sbuffare imperioso del sax, e poi la dilatazione, un suono impercettibile, Coltrane corre veloce dentro di se, verso la fine.
bebaccio ha spinto play alle 02:08 | link | niggaz | commenti (1)
giovedì, 24 agosto 2006

Nella sua testa. Laddove era giusto rimanesse.

Pharrell bene o male lo conosciamo tutti, un po' per i Neptunes, molto per i N.E.R.D, ed il popolo di Mtv per il suo presenzialismo nel 90% dei video black-oriented, e probabilmente a questo pubblico vuole rivolgersi il Re Mida dell'hip-pop più in vista degli ultimi anni.
Ci si aspettava, io sicuramente, un disco che proponesse il suo solito stile esagerato, dalle soluzioni stravaganti, la solita maestria dietro al banco di regia e collaborazioni di rilievo. Pochissimo di quanto elencato è possibile trovarlo, e questo certamente aumenta l'effetto sorpresa: sono sorpreso da quanto possa essere noioso questo disco.
Pharrell in primo luogo si circonda di illustri sconosciuti, che potrebbero benissimo essere dei fenomeni, ma tuttalpiù sono rapper di mezz'ordine, esclusi Kanye West, Jay Z e , con i quali però non tira fuori il colpaccio, ma riesce comunque ad impressionare:
- in positivo con l'autore di “Gold Digger” con una canzone come “Number One” tutta lustrini e falsetto
- in negativo con “That Girl” assieme al riccioluto rapper che, dopo essersi dato al porno, cerca di vestire i panni del rapper romanticone risultando più che ridicolo.

Pharrell pastrocchia, non ha le idee chiare, trascura persino la produzione, piatta e monotona, per buttare dentro al disco tutto il materiale possibile (ed infatti abbiamo un'ora faticosissima di LP); canzoni come “I Really Like You Girl” vanno forse bene per gente come Nelly (che infatti presenzia nel disco) o il vincitore dell'ennesima edizione di Teen Idol; ed il problema è che canzoni di questo tenore si sprecano, noiose e mal curate, “Our Father”, “Stay With Me”, o la orribile, già a partire dell'orrendo gioco di parole “Keep It Playa”.
Parliamoci chiaro, ci sono diversi guizzi del Pharrell che si conosce(va), basti ascoltare “Raspy Shit” con il suo flow sbilenco ma incalzante, o il singolo di qualche mese or sono “Can I Have It Like That” con Gwen Stefani, che suona a nausea ma rimane un prodotto di ben altro spessore rispetto alla noia che pervade il disco. Ma questo è quanto, si salva il quartetto iniziale, poi si cala negli inferi dell'hiphop da classifica più becero che si mantiene in vita solamente per la necessaria autoironia che ci vuole per produrre un prodotto simile.
Per chiudere con il personaggio Pharrell è interessante sapere, al fine poco utile dell'ascolto, che “in My Mind” è stato influenzato dai numerosi viaggi di Williams in culture differenti, alle quali rimane legato comprandosi gioielli.
Si commenta da solo, così come il disco.

Marchettone! È giusto nei miei confronti, nei confronti del Frikkio, ma soprattutto nei confronti del vostro buon umore che latiterà dopo l'ascolto del disco di Pharrell, scaricare la nuova puntata di Umberto Veritas. Un cumshot in faccia quando meno te l'aspetti.
bebaccio ha spinto play alle 18:18 | link | niggaz, agendina del chissenefrega | commenti