Nella sua testa. Laddove era giusto rimanesse.

Pharrell bene o male lo conosciamo tutti, un po' per i Neptunes, molto per i N.E.R.D, ed il popolo di Mtv per il suo presenzialismo nel 90% dei video black-oriented, e probabilmente a questo pubblico vuole rivolgersi il Re Mida dell'hip-pop più in vista degli ultimi anni.
Ci si aspettava, io sicuramente, un disco che proponesse il suo solito stile esagerato, dalle soluzioni stravaganti, la solita maestria dietro al banco di regia e collaborazioni di rilievo. Pochissimo di quanto elencato è possibile trovarlo, e questo certamente aumenta l'effetto sorpresa: sono sorpreso da quanto possa essere noioso questo disco.
Pharrell in primo luogo si circonda di illustri sconosciuti, che potrebbero benissimo essere dei fenomeni, ma tuttalpiù sono rapper di mezz'ordine, esclusi
Kanye West, Jay Z e , con i quali però non tira fuori il colpaccio, ma riesce comunque ad impressionare:
- in positivo con l'autore di “Gold Digger” con una canzone come “Number One” tutta lustrini e falsetto
- in negativo con “That Girl” assieme al riccioluto rapper che, dopo essersi dato al porno, cerca di vestire i panni del rapper romanticone risultando più che ridicolo.
Pharrell pastrocchia, non ha le idee chiare, trascura persino la produzione, piatta e monotona, per buttare dentro al disco tutto il materiale possibile (ed infatti abbiamo un'ora faticosissima di LP); canzoni come “I Really Like You Girl” vanno forse bene per gente come Nelly (che infatti presenzia nel disco) o il vincitore dell'ennesima edizione di
Teen Idol; ed il problema è che canzoni di questo tenore si sprecano, noiose e mal curate, “Our Father”, “Stay With Me”, o la orribile, già a partire dell'orrendo gioco di parole “Keep It Playa”.
Parliamoci chiaro, ci sono diversi guizzi del Pharrell che si conosce(va), basti ascoltare “Raspy Shit” con il suo flow sbilenco ma incalzante, o il singolo di qualche mese or sono “Can I Have It Like That” con Gwen Stefani, che suona a nausea ma rimane un prodotto di ben altro spessore rispetto alla noia che pervade il disco. Ma questo è quanto, si salva il quartetto iniziale, poi si cala negli inferi dell'hiphop da classifica più becero che si mantiene in vita solamente per la necessaria autoironia che ci vuole per produrre un prodotto simile.
Per chiudere con il personaggio Pharrell è interessante sapere, al fine poco utile dell'ascolto, che “in My Mind” è stato influenzato dai numerosi viaggi di Williams in culture differenti, alle quali rimane legato comprandosi gioielli.
Si commenta da solo, così come il disco.
Marchettone! È giusto nei miei confronti, nei confronti del
Frikkio, ma soprattutto nei confronti del vostro buon umore che latiterà dopo l'ascolto del disco di Pharrell, scaricare
la nuova puntata di Umberto Veritas. Un cumshot in faccia quando meno te l'aspetti.